Questioni di etica (e sangue sporco…)

Il Cavaliere blinda la candidatura dell’imprenditore che ha difeso il fascismo:
«È un editore con dei giornali importanti: dobbiamo vincere»

Ma una volta i Cavalieri non dovevano difendere virtù, onore… e altre stronzate simili?…
ah… una volta dite?
Manco una volta?
sarà, ma per me era diverso…
scusate, che stupidino che sono.

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13 Risposte to “Questioni di etica (e sangue sporco…)”

  1. G, purtroppo “una volta” è solanto un tempo che si manifesta al massimo nelle fiabe: non c’è mai stato, forse, che nel cuore di chi magari cavaliere (nel senso che dici) lo è davvero, solo che di solito non ha né il il tempo né la forza di candidarsi (e andar in tv, specie le sue, a far proclami per infinocchiare un Paese), perché si ammazza di lavoro per campare e malgrado ciò non riesce manco ad arrivar a fine mese (anche se fa 2 o 3 lavori) e, oltre a ciò, ha anche i sensi di colpa perché ai figli…
    CiaU

  2. ah! …U pensa a quante veline hai appena tolto ogni speranza di incontrare il loro principe azzurro!!! 😉

    lo so lo so, è proprio così.

    a tutti i babbi in colpa, leggete ai vostri figli le vere favole: quelle dei Grimm, di Andersen, quelle popolari… e scoprirete che c’è speranza nell’essere persone degne.
    sempre

  3. G, il problema non è certo la dignità: ne han tanta da mandar in pari il bilancio generale con quelli che invece gliela tolgono.
    Il problema, ripeto se non s’è capito, è proprio che non arrivi a fine mese e che il tempo per gli affetti te lo vieta/leva il lavoro.
    u

  4. no no si è capito
    ma io insisto, che nonostante tutto, nulla può vietarmi e mi deve vietare, d’amare e leggere favole ai miei figli. (per restare ai figli)
    che poi la vita ci porti all’esatto contrario, lo si sa dalla notte dei tempi, come infatti ci insegnano miti e favole… (non edulcorati uolt disnei)

  5. G, no: non capisci. “Nulla mi deve vietare”= favola. “Che poi la vita etc.”= realtà. E se non hai tempo, forze etc. NON CE N’E’…
    CiaU

  6. U, ci intendiamo benissimo!!!
    è che la penso diversamente, ovvero:
    “Nulla mi deve vietare”= realtà (o verità personale).
    “Che poi la vita etc.”= ancora realtà.
    “E se non hai tempo, forze etc. NON CE N’E” = sempre realtà.
    naturalmente può non essere così in entrambe le tre realtà!

    …ma sulla “realtà delle favole(arcane)” mi spegherò meglio prossimamente con più calma, che sto leggendo delle cose interesssanti e devo metabolizzarle

    ciaoooo

  7. G, non riesco a farti capire (anche se è molto ‘semplice’): forse perché te ne manca l’esperienza, di certo quella diretta (i figli mancano anche a me, almeno per ora; ma son stato a mia volta figlio di chi era purtroppo costretto in quelle condizioni, e quindi lo so benissimo a mie e loro spese…); in fondo a capire può bastare anche l’esperienza indiretta, e ho pure quella da miei amici (amici in senso proprio, non dei semplici conoscenti).

    Riprovo a spiegare così: se non hai, di fatto, nella realtà oggettiva né tempo né forze etc., puoi al massimo permetterti di |pensare| (forse, ma forse…) di potere etc.; ma ripeto di fatto ti mancano forze e tempo (e quindi, nella logica perversa del sistema capitalistico, denaro: è questo il primo problema, lo star male perché altro che le favole tu ai figli non riesci a dar quasi manco più il pane, e da qua derivano quindi tutti gli altri problemi di vita…) per poter concretamente dedicarli alle cose davvero importanti ossia le ‘favole’ (i rapporti, lo scambio di visioni, condivisione etc.). Ecco, ti dico il mio esempio personale che spero sia chiarificatore: a me mia madre ci provava anche, a raccontarci (anche a mio fratello) le favole la sera dopo il turno (faceva anche le notti, un macello…), ma mi ricordo perfettamente che era talmente stanca che scivolava nel sonno prima di noi finché parlava, e in quello stato di semincoscienza (preonirico) mescolava la favola alle cose che aveva in mente o doveva fare il giorno dopo… Il che può anche sembrar bello, dici che figata succedono cose nuove nella favola etc. ma questa è un’astrazione ottimistica: intanto perché le cose diverse scombinavano totalmente il senso portando la favola da nessuna parte e poi eran banalissime (poi dirò un caso specifico che mi ricordo ancora molto bene!), e poi perché la favola ha una struttura precisa che deve dare un senso all’assurdo etc. (a questo anzi propriamente serve) e infine perché come ben sai i bambini chiedono la favola (che sanno a menadito!) raccontata per filo e per segno e non sono assolutamente in grado di seguire altre direzioni specie se fuori strada e incomprensibili né, ancora meglio, possono capir più di tanto cosa succede alla mamma distrutta etc. Ecco, essendo questa la situazione reale (e con reale intendo una realtà comprensiva di oggettività diciamo esterna ma anche interiore ossia pensieri/speranze/sogni etc.), la bella Riccioli d’oro una volta ha dovuto prepararsi perché il giorno dopo, invece di trovarsi gli orsi etc. secondo la favola, avrebbe dovuto andare dal parrucchiere a rifarsi la permanente coi bigodini perché era spettinata e poi mia madre è crollata dal sonno sicché queste son le favole che si riesce a direi/sentire…
    CiaU

  8. se mia madre mi ha mai raccontato una favola, io non me lo ricordo (che figlio degenere!! gli domanderò). ha sempre fatto lavori da serva e la sera era quasi sempre a letto prima di noi (noi = io e mio fratello). il babbo idem, a parte il lavoro statale e la nanna presto… ma lui più delle favole mi mostrava foto e quadri… e francobolli!
    ricordo però che ascoltavo le favole con i mangia-dischi e le cassette, seguendo tutto steso per terra e con il libro delle figure (magari nasce da quello la mia voglia di interpretare le cose)

    una persona a me molto cara ha una zia con tre bimbe (a cui ho fatto da baby sitter) in un miniappartamento con il marito disoccupato e lei che fa pazzie per restare a galla… un delirio allegro tra danze magiche e scazzi pesantissimi… ma mai arrendevoli come spesso sanno fare i genitori.
    come varranno su quelle bambine? spero benissimo e gli auguro tutta la fortuna del mondo. perchè è esattamente questo lo scopo delle favole (favole non fiabe, e poi “spiego”, per quanto ne so ora, umilmente la differenza) dicevo, le favole, ovvero: mostrare ai bambini che nonostante tutte le sfortune, malattie, morti, vicende terribili della vita – chi ha coraggio e segue una strada virtuosa riuscirà sempre a cavarsela e ad essere: “felice e contento per sempre”.
    la favola prende le situazioni esteriori e reali e le rende (semplificate quindi raggiungibili dalla mente del bambino) interiori e attive, quindi immediatamente percepibili e VERE.
    le favole mostrano al nanetto cosa dovrebbe fare. hanno spesso la morale. insegnano a sperare e lottare in prima persona senza temere le sconfitte inevitabili.
    le fiabe invece sono più sottili, spesso non vogliono isegnare nulla apertamente o sono amorali. (in effetti le mie favole arcane avrebbero dovuto chiamarsi fiabe arcane… mannaggia. errore di gioventù. per quello sto studiando la “teoria” visto che non è nella fantasia e nella pratica che difetto…) non obbligano a scelte particolari… ma comunque offrono speranza al nanetto.
    Carroll diceva che le fiabe sono un “dono d’amore”. ho ritrovato questa definizione su un libro di Bettelheim che aggiungeva: “per decidere se una storia è una fiaba o qualcosa di completamente diverso, bisognerebbe chiedersi se si potrebbe definirla a buon diritto un dono d’amore fatto ad un bambino.”
    quindi lode e onore alla tua mamma e al suo dono d’amore dopo ore di fatica e macerie…

    il post iniziale era appunto basato sul grottesco tra il significato fantastico/reale della parola cavaliere inteso come ho spiegato ora.
    ed ecco perchè, a mio modo, ti ho capito benissimo.
    ed ecco perchè spero, anche se moribondo, di aver forza e spirito per poter raccontare una fiaba a qualcuno

  9. Bello scambio di storie vissute, G! “La vita di ogni giorno una leggenda”, scriveva il pederasta e poeta ‘rivoluzionario’ (in modo tutto suo, ma autentico) Sandro Penna, nella seconda metà del secolo scorso (il Novecento): ecco, questo per me è favoloso (o fiabesco – ché le favole son quelle con animali ect. e vengon dal greco precristiano Esopo etc.; ma per es. anche i miti, religiosi o meno, son fiabe fantastiche – in ogni senso!).
    Ecco perché capisco e condivido in pieno la tua realissima speranza (nelle tue condizioni attuali: qui sta il punto) “di aver forza e spirito per poter raccontare una fiaba a qualcuno”, ma mi sento di dirti di provarci nella tua vita e far vere le favole!
    Un evento devastante, per me, attualmente (oltre all’abuso televisivo quotidiano cui vengon sottoposte le persone in formazione ossia i bambini e non solo loro: vera e propria diciamo educazione alla passività, al restar spettatori al riparo dello schermo, fuori dalla vita reale e lontani da responsabilità tanto, si sa, è solo tv cioè tutto finto – per quanto o proprio perché s’insegue la realtà, non la verità, con reality e real-tv) è quel fenomeno allucinante dell’emigrazione di cui fan parte anche le badanti: ci sono madri che mollano tutto e partono per andar a guadagnar quei soldi che permettono ai propri figli di mangiare e studiare etc., ma nel frattempo son lontane e non si vedono con loro – è questo il disastro: dover aprire vuoti psicologici incolmabili per poter garantire niente più che una sopravvivenza biologica: questi figli cresciuti di vuoto affettivo, non staranno mai bene per quanto gli sia assicurato un futuro ‘esteriore’, fatto però solo di cose e cibo sicuro… Questo baratro, questa schizofrenia, questa contraddizione nell’essere, nell’esistenza e nella vita delle persone, non è più tollerabile – non da me, almeno. A un figlio devi dare carezze (ceffoni se e quando servisse), piuttosto che giocattoli e roba: non gliele importa niente al bambino del suo futuro, quando è proprio il suo presente lo fa star male! Ci si perde la realtà contingente per inseguir una stabilità e una sicurezza in realtà inesistenti, ideali in senso meramente astratto e comunque sempre e inevitabilmente precarie – si muore, inseguendo la vita dove si vorrebbe che fosse invece che dov’è: qui, adesso!
    Ultima cosa: da una certa esperienza che sai, G, ho capito che una cosa son le parole e tutt’altra (spessissimo…) le persone; e io mi fido di queste, di cosa fanno, infinitamente più di quel che dicono. Per restar nella ‘mitologia letteraria’, tipo: Carrol era pedofilo (ecco l’amore del dono; e poi le sue fiabe son per adulti più che per i piccoli), e Bettelehim in fine è morto suicida.
    CiaU

  10. Dimenticavo una ‘cosettina’ che ho sentito dire una volta a Moni Ovadia, non ricordo in che occasione, circa le storielle ebraiche (le si trova in edizione economica e son pure folgorazioni mentali): come mai, chiedeva, voi (=noi cristiani) raccontate le storie/favole ai vostri bambini per addormentarli, mentre noi gliele raccontiamo perché si sveglino? Meditate…
    CiaU

  11. riguardo all’idiosincrasia vita/artista potremmo arrivare all’estremo con zio Willy o Omero che potrebbero non essere mai esistiti! o come Pessoa che di Se ne aveva almeno tre!!
    mentre i suicidi vanno contestualizzati… sono materia complessa, dovrei scrivere un post solo per questo

    comunque…eh, vita leggendaria si!!!

    mah!?! forse perchè loro sono un popolo concreto con un dio fantastico, mentre noi siamo un popolo evanescente con un dio incarnato ( e accopato ) ih ih… e poi le favole europee (quelle ebraiche non so) mirano spesso all’inconscio più che… e non mi vien la parola!!!

    ciaooo o o

  12. Caro Gigi, leggo oggi, in un articolo tradotto dal Corriere, Susan Sontag (“Solo la letteratura ci salverà dalla dittatura del moderno”) e, ad un certo punto, trovo uno spunto in consonanza con quanto stavi commentando, riguardo manipolazioni/ variazioni in contesto di narrazione orale (succede anche nel mito greco…): “Habent sua fata fabulae, recita una frase latina. I racconti, le storie hanno un loro destino. Perché vengono disseminati, trascritti, mal ricordati, tradotti”…
    E, in proposito, noto che la citazione latina canonica è invece “habent sua fata libelli” (è tratta da Terenziano Mauro, un grammatico) – forse, anche questa è una voluta _variatio_ …

    ************
    Ecco l’articolo completo, se può interessare (PS: si conclude con un augurio di “lunga vita al romanziere”: che io estendo prontamente anche al Gigi affabulatore, indipendentemente dal genere letterario in cui incasellare la tua produzione (fiaba, favola, mito, storia, novella, aneddoto, parabola, etc etc):

    Solo la letteratura ci salverà dalla dittatura del moderno
    Susan Sontag – il Corriere della Sera

    La letteratura racconta storie. La televisione dà informazioni.

    La letteratura coinvolge. È una ricreazione della solidarietà umana.

    La televisione (con la sua illusione di immediatezza) distanzia, ci imprigiona nella nostra indifferenza. Le cosiddette storie raccontate dalla televisione soddisfano la nostra fame di aneddoti e ci offrono modalità di comprensione che si elidono a vicenda. (Ciò è rafforzato dalla pratica di punteggiare con la pubblicità le narrazioni televisive). Tali storie affermano implicitamente l’idea che tutte le informazioni siano potenzialmente rilevanti (o «interessanti»), che tutte le storie siano senza fine — o che se si interrompono, ciò non accade perché si siano concluse, ma perché sono state spodestate da una storia più recente, più sensazionale, o più eccentrica.
    Presentandoci un numero illimitato di storie inconcluse, le narrazioni proposte dai media — il cui consumo ha drammaticamente inciso sul tempo che in passato il pubblico istruito dedicava alla lettura — offrono una lezione di amoralità e distacco antitetica a quella incarnata dal progetto del romanzo.

    Nella narrazione di storie praticata dal romanziere c’è sempre una componente etica. Questa componente etica non sta nella contrapposizione di una verità alla falsità della cronaca. Sta nel modello di completezza, di intensità, di illuminazione fornito dalla storia, e dalla sua risoluzione — che è l’opposto del modello di ottusità, di incomprensione, di passivo sgomento, e conseguente ottundimento dei sentimenti, offerto dalla sovrabbondanza di storie inconcluse disseminate dai media.

    La televisione ci offre, in forma estremamente svilita e non vera, una verità che il romanziere è costretto a sopprimere in nome del modello etico di comprensione caratteristico dell’impresa narrativa: vale a dire, la consapevolezza che tratto distintivo del nostro universo è che molte cose accadono nello stesso tempo. («Il tempo esiste perché le cose non succedano tutte contemporaneamente… lo spazio esiste in modo che non succedano tutte a te»).
    Raccontare una storia vuol dire: è questa la storia importante. Vuol dire ridurre l’estensione e la simultaneità del tutto a qualcosa di lineare, a un tragitto.

    Essere un individuo morale significa prestare, essere obbligato a prestare, un certo tipo d’attenzione. Quando esprimiamo giudizi morali, non stiamo semplicemente affermando che una cosa è migliore di un’altra. Stiamo affermando, in modo ancor più fondamentale, che una cosa è più importante di un’altra.

    Ordiniamo la vertiginosa estensione e la simultaneità del tutto, a costo di ignorare o voltare le spalle a gran parte di ciò che accade nel mondo. La natura dei giudizi morali dipende dalla nostra capacità di prestare attenzione: una capacità inevitabilmente limitata, i cui limiti si possono, però, forzare. Ma forse il primo passo verso la saggezza e l’umiltà sta nel rassegnarsi ad accettare l’idea, la devastante idea, della simultaneità di ogni cosa, e della incapacità della nostra comprensione morale — che è anche quella del romanziere — di assimilarla (…).

    I romanzieri, dunque, assolvono un necessario compito etico sulla base di un diritto a un pattuito restringimento del mondo reale — sia in termini di spazio che di tempo. I personaggi di un romanzo agiscono in un tempo che è già completo, in cui tutto ciò che vale la pena di essere salvato è stato preservato — «lavato dalle incrostazioni», come scrisse Henry James nella prefazione a Le spoglie di Poynton. Tutte le storie reali sono storie del destino di qualcuno. I personaggi romanzeschi hanno destini estremamente leggibili. Il destino della letteratura stessa è qualcos’altro. Intesa come storia, la letteratura è piena di sgraziate incrostazioni, richieste irrilevanti, attività prive di scopo, attenzioni improduttive.

    Habent sua fata fabulae, recita una frase latina. I racconti, le storie hanno un loro destino. Perché vengono disseminati, trascritti, mal ricordati, tradotti.
    Nessuno, ovviamente, potrebbe mai augurarsi che le cose vadano diversamente. La scrittura di narrativa, un’attività necessariamente solitaria, ha una destinazione che è necessariamente pubblica, comunitaria.

    Tradizionalmente, tutte le culture sono locali. Una cultura implica barriere (linguistiche, ad esempio), distanza, intraducibilità. Mentre il «moderno» comporta, più di ogni altra cosa, l’abolizione delle barriere e della distanza; l’accesso immediato, l’appiattimento della cultura — e, per la sua inesorabile logica, l’abolizione, o la revoca, della cultura.

    Ciò che fa al caso del «moderno» è la standardizzazione, l’omogeneizzazione. (Anzi, «il moderno» è omogeneizzazione, standardizzazione. Il luogo per eccellenza del moderno è l’aeroporto; e tutti gli aeroporti sono simili, come tutte le città moderne, da Seul a San Paolo, tendono ad assomigliarsi).

    Questa tendenza all’omogeneizzazione non può non incidere sul progetto della letteratura. Il romanzo, che è caratterizzato dalla specificità, può entrare in questo sistema di massima diffusione solo per il tramite della traduzione che, per quanto necessaria, comporta un’intrinseca distorsione di ciò che il romanzo è al livello più profondo, vale a dire non la comunicazione di informazioni, e nemmeno il racconto di storie intriganti, ma la perpetuazione del progetto della letteratura stessa, con il suo invito a sviluppare una forma di interiorità capace di opporsi alle sazietà del moderno.

    Tradurre significa trasportare qualcosa al di là di un confine. Ma sempre più di frequente questa società, una società «moderna», ci insegna che non esistono confini — il che vuol dire, ovviamente, né più né meno che non ci sono confini per i settori privilegiati della società, oggi geograficamente più mobili di quanto sia mai accaduto nella storia umana.
    E l’egemonia dei mezzi di comunicazione di massa — televisione, Internet — ci insegna che esiste una sola cultura, e che la cultura che si trova oltre i confini è — o un giorno sarà — sempre la stessa, con gli abitanti del pianeta che si cibano tutti alla stessa mangiatoia di intrattenimento standardizzato e di fantasie di eros e di violenza prodotte negli Stati Uniti, in Giappone, o dove che sia; tutti illuminati dallo stesso flusso infinito di frammenti di informazioni e opinioni non filtrate (anche se, in realtà, spesso censurate).

    Che da tali media si possa ricavare un qualche piacere e una qualche illuminazione è innegabile. Ma sono convinta che essi alimentano mentalità e soddisfano appetiti del tutto avversi alla scrittura (produzione) e alla lettura (consumo) della letteratura seria.

    La cultura transnazionale a cui vengono iniziati tutti coloro che fanno parte della società capitalistica dei consumi, nota anche come economia globale, è una cultura che, in realtà, rende irrilevante la letteratura — un mero servizio volto a darci quello che già conosciamo — e può trovare un posto all’interno delle strutture inconcluse che regolano l’acquisizione di informazioni e l’osservazione voyeuristica a distanza.

    Ogni romanziere spera di raggiungere il più vasto pubblico possibile, di attraversare tutti i confini possibili. Ma compito del romanziere, a parer mio, è tenere a mente la falsa geografia culturale che si sta instaurando all’inizio del XXI secolo. Da un lato, attraverso la traduzione e l’adattamento nei media, abbiamo la possibilità di una diffusione sempre maggiore delle nostre opere.

    Lo spazio è, per così dire, sconfitto. Il «qui» e il «là», ci viene detto, sono in costante contatto tra loro e stanno convergendo con forza. D’altro canto, l’ideologia che sta dietro queste opportunità di diffusione e traduzione senza precedenti — l’ideologia oggi dominante in quella che passa per cultura nelle società moderne — si propone di rendere obsoleto il compito profetico, critico, e finanche sovversivo, del romanziere, quello, cioè, di approfondire, e a volte, se necessario, di combattere il comune modo di comprendere il nostro destino. Lunga vita al compito del romanziere.

    © 2008 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A, Milano © The Estate of Susan Sontag

  13. molto interessante nico, ciò messo un pomeriggio a leggero un pezzettin per volta… però ce l’ho fatta!!
    mi ha ispirato il prossimo breve post chapliniano… dove parle degli aeroporti e della modernità, ma questo, domani!

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